Il dopo non conserva il posto

scritto da R. E. Harlow
Scritto Ieri • Pubblicato 11 ore fa • Revisionato 11 ore fa
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Autore del testo R. E. Harlow

Testo: Il dopo non conserva il posto
di R. E. Harlow

Nei giorni più neri

Rivedo le foto
di dieci anni fa.

Abbiamo i gomiti uno sull’altro,
le giacche buttate dove capita,
quella confidenza fisica
di chi non immagina ancora
che un giorno dovrà chiedere:

tu dove sei finito?

Compagni di banco,
di strada,
di sere che non avevano bisogno
di essere organizzate.

Ci eravamo trovati per caso.

Poi era diventato normale
esserci.

Dicevamo per sempre
senza sapere
quanto lavoro pretende
una parola così.

Non c’è stato un giorno preciso.

Nessuno ha dichiarato la fine.

Prima è saltata una sera.

Poi un mese.

Poi hai scoperto
di non sapere più
chi frequentava chi,
chi aveva cambiato lavoro,
chi abitava ancora nello stesso posto.

Le amicizie scompaiono
senza funerale.

Non resta nemmeno
una data da ricordare.

Solo il momento
in cui ti accorgi
che non avresti più niente
da raccontare per primo.

Anch’io sono sparito.

Quattro anni con lei.

Avevo spostato tutto
per farle spazio:

gli amici,
le abitudini,
quella parte di me
che pensavo di poter recuperare dopo.

Ma il dopo
non conserva il posto.

Quando ho rialzato la testa
gli altri avevano già imparato
a vivere senza di me.

Non per cattiveria.

Avevano continuato.

È questo che fa male.

Lei diceva
che ero l’unico.

Lo diceva piano,
nelle ore in cui una frase
sembra più vera
solo perché arriva tardi.

Avevamo messo il futuro
nei discorsi più inutili:

dove andare,
cosa comprare,
quale città vedere,
come sarebbe stato
fra qualche anno.

Poi aprile.

Due righe.

Nessun verbo al futuro.

Ho letto una volta.

Poi un’altra.

Come se alla terza
le parole potessero cambiare ordine.

Non lo fecero.

Quattro anni
stavano lì,

corretti,
brevi,
senza nemmeno una voce
a pronunciarli.

Da allora
alcune parole pesano diversamente.

Resto.

Fidati.

Le ascolto
come si ascolta una porta
prima di aprirla.

Non perché siano false.

Ho imparato soltanto
che una parola può essere vera
quando viene detta

e non esserlo più
quando serve.

La città, intanto, continua.

Tornelli.

Semafori.

Sacchetti che tagliano le dita.

Persone che discutono
su cosa comprare per cena.

Qualcuno corre
per non perdere un autobus.

Qualcuno ride
con una confidenza
che riconosco.

Mi capita di chiedermi
se anche noi
sembravamo così
agli occhi degli altri.

Indistruttibili
per la durata di una sera.

Potrei incontrare uno di loro domani.

In fila da qualche parte.

Tra scaffali,
casse automatiche,
gente che aspetta.

Ci riconosceremmo subito.

Questo è il paradosso.

Sapremmo ancora
come chiamarci,

ma non cosa dirci.

Come va?

Bene, tu?

Bene.

Con la cortesia
degli estranei.

Poi ciascuno
riprenderebbe quello
che aveva in mano.

A volte rivedo quelle fotografie.

Non cerco più
di capire dove si è rotto tutto.

Guardo dettagli:

una spalla dentro l’inquadratura,
qualcuno che ride fuori fuoco,
una mano appoggiata
senza pensarci
sulla schiena di un altro.

Era questo.

Non le promesse.

La naturalezza.

Il non dover chiedere
se c’era posto.

Ho smesso di inseguire
chi non si volta.

Non per orgoglio.

Ho finito soltanto
di presentarmi
dove la mia presenza
deve essere continuamente spiegata.

Ci sono persone
che se ne vanno.

Altre che lasci andare tu.

Altre rimangono
legate a un gesto,
a una battuta,
a una sera qualsiasi,

molto più a lungo
di quanto siano rimaste
nella tua vita.

Eppure non rinnego niente.

Nemmeno lei.

Nemmeno quegli amici.

Nemmeno l’uomo
che per quattro anni
ha creduto che l’amore
potesse sostituire il resto.

Era me.

Ha sbagliato.

Ha amato.

Ha perso.

Ha lasciato andare cose
che credeva immobili.

Adesso lo so:

niente resta fermo
solo perché gli abbiamo dato
un nome importante.

Ci sono ancora giornate
in cui tutto riaffiora.

Succede senza avvertire.

Come quando infili una mano
nella tasca di una giacca
che non mettevi da anni

e trovi qualcosa
che avevi dimenticato
di possedere.

La tieni nel palmo.

Per un momento
ricordi esattamente
perché l’avevi conservata.

Poi richiudi la mano.

Io, adesso,
apro un libro.

A volte guardo un film.

Metto musica
senza scegliere quella
che mi porta indietro.

Ci sono sere
in cui non succede niente.

E finalmente
non mi sembra una sconfitta.

Quelle persone
hanno preso altre direzioni.

Anch’io.

Non serve sapere
chi si è allontanato per primo.

Tra ciò che è stato
e quello che viene dopo
c’è uno spazio nuovo.

Non so ancora
come chiamarlo.

Ma ci sto.

Il dopo non conserva il posto testo di R. E. Harlow
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